La parola che aiuta a cambiare

Supponiamo che una persona si rivolga al pronto soccorso per un improvviso, forte dolore addominale. Dopo una prima anamnesi, ed espletati rapidamente gli esami clinici necessari, il medico invia urgentemente il paziente al reparto di chirurgia per rimuovere l’appendice infiammata, pena il rischio di aggravamento. Da quel momento il paziente verrà anestetizzato ed il chirurgo potrà procedere con il suo intervento, potenzialmente senza proferire parola alcuna. La psicoterapia è una disciplina che, come la medicina, prevede un’attenta valutazione clinica, alla quale segue e si affianca un intervento riabilitativo terapeutico. Lo strumento di elezione dello psicoterapeuta non è il bisturi né il farmaco, ma la parola. Il colloquio è l’interfaccia privilegiata tra il paziente ed il terapeuta, pertanto risulta fondamentale saperlo condurre in modo efficace, cioè ottimale per ottenere esattamente gli scopi prefissati. Lo stile comunicativo e relazionale è di capitale importanza per la riuscita dell’intervento. Oltre alla parola, non dimentichiamo che altri elementi sono capaci di influenzare la comunicazione tra paziente e terapeuta. Lo sapeva bene Freud quando prevedeva per la sua psicoanalisi un setting ben determinato e funzionale al tipo di colloquio da lui ideato. In generale, la luminosità di un ambiente, i suoni, gli odori, i colori, la dimensione della stanza, il tipo di poltroncina, l’arredamento dello studio, la decorazione delle pareti, gli oggetti esposti, l’ordine in sala d’attesa, il grado di igiene e pulizia…sono tutti elementi che influenzano indirettamente il colloquio stesso, prima ancora che vi sia un’interazione tra le persone interessate. Considerati ed ottimizzati questi elementi, possiamo concentrarci ora sullo scambio comunicativo che avviene durante la seduta.


L’utilizzo dello strumento del colloquio varia a seconda del tipo di approccio e del modello teorico di riferimento. Ma, in definitiva, che cosa rende un intervento efficace (che funziona) ed efficiente (in tempi brevi)? Per mettere in atto un intervento di psicoterapia non è sufficiente la meccanica applicazione di un protocollo al caso che si presenta. Sappiamo infatti che la tecnica è solo una delle componenti che contribuiscono all’efficacia. Tale incidenza sui risultati è stata stimata, in un famoso studio conosciuto come teoria dei fattori comuni, incredibilmente soltanto attorno al 15% (Lambert, 1992). Fattori relazionali e comunicativi spiegano un 30% del successo del cambiamento in psicoterapia, mentre il 40% dipende dalle risorse intrinseche del paziente, ed il restante 15% da effetto placebo. Al di là delle percentuali, da prendere con le pinze sul piano numerico, possiamo comunque prendere atto che la più valida delle tecniche diventa completamente sterile di risultati, se non passa attraverso un’adeguata comunicazione persuasiva calzata al problema e alle caratteristiche della persona. Un buon terapeuta deve imparare a modulare in modo dinamico gli stili verbali, paraverbali e non verbali. Otterrà così una buona relazione di fiducia con il paziente ed una maggiore apertura alle indicazioni dei protocolli.



Il dialogo strategico (Nardone & Salvini, 2004) è l’esempio per eccellenza di una tecnica usata nel colloquio psicoterapeutico per guidare una seduta sfruttando la semantica, la sintassi e la pragmatica, in modo da evocare sensazioni e condurre dolcemente all’assunzione di punti di vista diversi, inducendo esperienze concrete, emozionali, che hanno il potere di generare e consolidare il cambiamento desiderato.


In conclusione, la parola, per essere efficace, ha bisogno del suono giusto al momento giusto, e va rafforzata con una serie di segnali non verbali, quali lo sguardo, la mimica facciale, la postura, la gestualità del corpo, la prossemica (vicino o lontano), il contatto fisico (marcato o solo accennato), gli abiti e più in generale la cura del proprio corpo e dell’ambiente circostante.


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